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L’opportunità che molte PMI del Sud non stanno cogliendo

Il 30 maggio 2026 si chiude la finestra per le imprese che vogliono accedere al credito d’imposta della Zona Economica Speciale Unica del Mezzogiorno. Eppure, secondo i dati raccolti sul campo, una quota consistente delle PMI campane, pugliesi, lucane e calabresi non ha ancora attivato la pratica. Le ragioni sono quasi sempre le stesse: confusione sui requisiti, timore della complessità burocratica, mancanza di un interlocutore tecnico unico.

In questo articolo facciamo chiarezza, in modo operativo, su cosa è la ZES Unica, chi può accedere, quanto si può effettivamente recuperare investendo in un impianto fotovoltaico industriale e quali sono i passaggi per non perdere la scadenza.

Cos’è la ZES Unica e perché riguarda direttamente le imprese del Sud

La ZES Unica del Mezzogiorno, istituita dal Decreto Sud, ha unificato in un unico perimetro le precedenti otto Zone Economiche Speciali regionali. Copre Abruzzo, Molise, Campania, Basilicata, Puglia, Calabria, Sicilia e Sardegna. Per le imprese che operano in queste regioni, lo strumento principale è un credito d’imposta sugli investimenti in beni strumentali nuovi destinati a strutture produttive.

L’aliquota varia dal 15% al 60% in funzione della dimensione aziendale e della regione. Le piccole imprese del Mezzogiorno, su impianti fotovoltaici industriali, possono raggiungere il tetto massimo del 60%.

Chi può accedere

I requisiti, in sintesi:

  • Sede operativa o struttura produttiva in una delle otto regioni della ZES Unica.
  • Investimento in beni strumentali nuovi (macchinari, impianti, attrezzature) o in opere murarie e infrastrutture funzionali al ciclo produttivo.
  • Importo dell’investimento compreso tra un minimo di 200.000 euro e un massimo di 100 milioni di euro per progetto.
  • Mantenimento dell’investimento per almeno cinque anni dalla data di completamento.

Sono ammissibili gli investimenti in impianti fotovoltaici destinati all’autoconsumo aziendale, perché rientrano a pieno titolo tra i beni strumentali al ciclo produttivo.

Quanto si risparmia davvero: un esempio concreto

Prendiamo una PMI manifatturiera nell’area metropolitana di Napoli, capannone produttivo di 3.000 metri quadri, fabbisogno energetico annuo di circa 350.000 kWh. Investe in un impianto fotovoltaico industriale da 250 kWp.

Investimento complessivo: 270.000 euro circa. Aliquota ZES applicabile (piccola impresa in Campania): 60%. Credito d’imposta riconosciuto: 162.000 euro. Esborso netto a carico dell’impresa, dopo il credito: 108.000 euro.

A questo va sommato il risparmio in bolletta annuo, che per un impianto correttamente dimensionato in regime di autoconsumo si attesta tipicamente tra il 50% e il 70% della spesa elettrica precedente. Il payback dell’investimento netto, considerando ZES e risparmio energetico, scende sotto i quattro anni.

Il problema della scadenza: 30 maggio non è la data dell’investimento

Su questo punto si concentrano i fraintendimenti più frequenti. Il 30 maggio 2026 non è il termine entro cui realizzare l’impianto, ma la scadenza per inviare la comunicazione integrativa di prenotazione del credito all’Agenzia delle Entrate. La realizzazione effettiva dell’investimento può proseguire nei mesi successivi, entro il termine fissato dal decreto attuativo.

Significa che chi parte oggi è ancora in tempo, ma il margine si è ridotto. Servono in media tre o quattro settimane tra sopralluogo, progettazione esecutiva, asseverazione tecnica e predisposizione della pratica fiscale. Aspettare ancora vuol dire correre.

Perché serve un interlocutore tecnico unico

La pratica ZES non è una pratica fiscale che si appoggia su un impianto: è una procedura tecnica e fiscale insieme. Servono, in sequenza:

  • Il progetto esecutivo dell’impianto, conforme alle prescrizioni del gestore di rete.
  • L’asseverazione di un tecnico abilitato sulla congruità dei costi e sulla strumentalità dell’investimento.
  • La pratica di connessione e i procedimenti autorizzativi locali.
  • La predisposizione del modello F24 e della comunicazione integrativa al Fisco.
  • La gestione della documentazione probatoria per i controlli successivi.

Quando questi passaggi sono spalmati su tre interlocutori diversi (un installatore, un commercialista, un consulente fiscale) i rischi sono concreti: tempistiche disallineate, rimpalli di responsabilità, errori formali che rendono inefficace il credito. La logica dell’interlocutore unico, su un’operazione che vale fino a centinaia di migliaia di euro di credito d’imposta, non è un dettaglio: è la condizione di buon esito.

Una considerazione finale

La ZES Unica è uno degli strumenti più rilevanti che il Sud abbia avuto negli ultimi anni per riallineare il proprio tessuto produttivo agli standard energetici e infrastrutturali del resto del Paese. Non è perfetta, ha avuto avvii faticosi e procedure non sempre lineari. Ma è uno strumento che funziona, e che ha già generato, nei primi due anni di applicazione, decine di migliaia di progetti finanziati. Il rischio, paradossalmente, non è che l’incentivo non basti. È che venga ignorato fino all’ultimo momento utile e che le imprese che potrebbero coglierlo arrivino in coda quando ormai è troppo tardi. Il 30 maggio è scritto sul calendario di ognuno di noi: la differenza la fa chi lo ha già cerchiato.

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